“SE SI PERDONO I RAGAZZI PIU’ DIFFICILI, LA SCUOLA NON E’ PIU’ SCUOLA. E’ UN OSPEDALE CHE CURA I SANI E RESPINGE I MALATI” (DON L.MILANI)

E’ molto frequente sentire raccontare di bambini difficili da gestire, che appaiono disattenti, spericolati, disorganizzati, a volte oppositivi…

Sono bambini che nelle varie situazioni si mostrano agitati, in continuo movimento, non rispettano le regole e sembrano non ascoltare le indicazioni degli adulti. Quando poi iniziano a frequentare la scuola elementare il problema si aggrava, sia per le difficoltà comportamentali, che per il rendimento scolastico, fortemente condizionato dalle scarse capacità di attenzione prolungata.

Spesso genitori e insegnanti non sanno come comportarsi e così adottano strategie errate. Ciò che è importante capire è che, se vengono soddisfatti determinati criteri clinici stabiliti dal mondo scientifico, allora ci troviamo di fronte ad un “disturbo evolutivo” e non ad una difficoltà momentanea. Per questo motivo quei comportamenti così persistenti vanno interpretati in un’ottica diversa, considerandoli non completamente volontari e non dipendenti da stili educativi errati. In questi casi il bambino fatica a “sopprimere” gli atteggiamenti negativi.

Ma andiamo con ordine:

Innanzi tutto la sigla ADHD significa "Deficit Attentional Hiperactivity Disorder"; in italiano tale sindrome prende il nome di DDAI che significa "Disturbi da Deficit dell'Attenzione e Iperattività".
L'ADHD non è semplicemente una fase evolutiva difficile, ma è un disturbo di origine neurologica che riguarda sia la capacità di attenzione e concentrazione che il controllo degli impulsi.
I comportamenti che, dalle classificazioni internazionali, vengono indicati come più significativi sono: non riuscire a prestare attenzione nelle attività di gioco o scolastiche e commettere molti errori di distrazione; non terminare i compiti assegnati; dare l'impressione di non ascolare chi parla; essere sbadati e perdere di frequente gli oggetti.
Inoltre questi bambini sono spesso agitati, sembrano "sotto pressione", parlano troppo interrompendo gli altri e "sparano" le risposte prima che siano terminate le domande.
Questi comportamenti (non necessariamente tutti insieme), per essere significativi da un punto di vista clinico, si devono verificare spesso e da un periodo sufficientemente lungo da provocare una difficoltà nell'adattamento familiare, scolastico o sportivo-ricreativo.
E' compito del clinico stabilire la natura esatta dei comportamenti.
Il disturbo è molto complesso ed esistono diverse teorie che cercano di spiegare l'origine del problema.
Negli ultimi decenni però, diverse ricerche hanno trovato punti di convergenza importanti riguardo la causa organica-genetica del disturbo: si tratta di circuiti neuronali non perfettamente funzionanti localizzati nella corteccia pre-frontale, nei gangli della base e nel cervelletto.
Dal punto di vista delle funzioni, tali aree si riferiscono al Sistema Esecutivo-Attentivo che è alla base di numerosi comportamenti umani. Più precisamente, in questi bambini sembra non essere adeguatamente sviluppata la capacità di inibire alcuni comportamenti e di filtrare gli stimoli interferenti provenienti dell'ambiente.
Sarebbe come se, per esempio, nel momento in cui si vuole leggere qualcosa, si venisse bombardati da rumori prepotenti come il telefono, la televisione, le voci degli altri, e non si riuscisse proprio ad attenuare quella confusione. La ridotta capacità di inibire gli stimoli distrattori impedisce di svolgere le attività in modo ordinato, e genera di conseguenza una sensazione di stress, fatica e frustrazione.
Questa è ovviamente una spiegazione semplificata del problema che però mette in luce le maggiori difficoltà che incontrano questi bambini di fronte ai vari compiti.
In caso di ADHD le cause sono quindi di tipo organico e non dipendono dagli stili educativi, ma è anche vero che una corretta gestione della situazione può aiutare a raggiungere alcuni obiettivi importanti.
Per sapere con esattezza se ci trova di fronte ad un caso di ADHD è possibile rivolgersi, sia al Servizio di Neuropsichiatria Infantile competente per territorio, che a liberi professionisti come psicologi e neuropsichiatri infantili competenti nel settore.
Secondo le Linee Guida SINPIA (2002) la valutazione clinica deve considerare: i risultati dei test somministrati direttamente al bambino; i dati raccolti tramite interviste e questionari a familiari e insegnanti; l'opinione personale del soggetto, la sua descrizione delle difficoltà (se il soggetto è abbastanza grande per compilare i questionari).
Questo serve a ricostruire il comportamento del bambino negli ambienti di vita reali, nei momenti di stress o confusione, quando ci sono regole e tempi da considerare.
Quindi, già nel momento della diagnosi, inizia a costruirsi un'alleanza strategica fra specialista-bambino-scuola-famiglia. Tale unione sarà poi fondamentale nella fase successiva del trattamento.
Si possono fare molte cose per aiutare un bambino con ADHD.
Gli interventi possono essere di diverso tipo e sono rivolti al bambino, ai genitori e agli insegnanti. Infatti, coinvolgendo contemporaneamente tutte le figure educative e lavorando con il bambino si possono ottenere buoni risultati.
Fra tutti gli interventi, quelli cognitivi-comportamentali basati sul rinforzo positivo e sull'estinzione dei comportamenti negativi, hanno dimostrato un'efficacia significativa; inoltre sono validi anche quei programmi che si basano sull'insegnamento di abilità sociali e di autoregolazione emotiva, oppure sul problem solving e sulle tecniche metacognitive. Queste attività possono essere integrate con esercizi al computer o carta e matita che potenziano il Sistema Attentivo-Esecutivo.
Molto efficaci si sono dimostrati anche i farmaci psicostimolanti che possono essere indicati nei casi più difficili. Ovviamente, la somministrazione di un farmaco va accuratamente valutata, considerando aspetti positivi e negativi.
In sostanza, un intervento precoce e multimodale può generare importanti cambiamenti nel comportamento del bambino.
Secondo l'attuale normativa gli alunni con ADHD non vengono supportati da un insegnante di sostegno personale. In molti casi una didattica mirata, l'adozione di strategie efficaci e l'azione sinergica di famiglia-scuola-specialista possono portare ad una buona gestione del problema.
Se invece si ritiene che la vita scolastica e sociale siano fortemente compromesse dal disturbo e che un insegnante di sostegno possa essere utile, allora si può procedere con una richiesta specifica che va accuratamente valutata dagli organismi preposti.
L'ADHD è un disturbo evolutivo e quindi con il tempo i sintomi si attenuano e assumono altre sfumature.
Le ricerche scientifiche sostengono che nei 2/3 dei casi il disturbo persiste fino all'età adolescenziale, mentre nella restante parte, i sintomi si protraggono fino all'età adulta.
I comportamenti in età adulta sono riferibili a difficoltà in campo lavorativo, nelle relazioni sentimentali, nel rispetto delle regole.
I casi più sfavorevoli sono quelli a esordio precoce e in abbinamento ad altre patologie (DSA, deficit cognitivi, disturbi della condotta).
In ogni caso il trattamento del disturbo, soprattutto se precoce, sembra favorire la remissione dei sintomi nelle età successive. E' quindi importante aiutare questi bambini sia per il loro benessere immediato, ma anche per favorire un buon adattamento nel mondo degli adulti.
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