Essere genitori è una esperienza molto profonda. E’ emozionante vedere crescere i nostri figli, accompagnarli nelle loro esperienze di vita, appoggiarli nelle loro scelte e cercare di dargli la forza per superare i momenti difficili. C’è un proverbio cinese che secondo me riassume efficacemente il ruolo dei genitori, che dice “Vi sono due cose durevoli che possiamo lasciare in eredità ai figli: le ali e le radici”

Questa frase mi ha colpito moltissimo perchè evidenzia proprio il fatto che è compito dei genitori dare stabilità, senso di appartenza, profondità di affetti, ma anche il desiderio di “volare” cioè la voglia di fare, creare, essere, di osare…

Dare le ali, secondo me, significa dare la voglia di vivere a pieno la propria vita, cercando di raggiungere i propri obiettivi, nonostante tutte le difficoltà, godendo delle cose belle che si possono incontrare.

Ci sono molte occasioni nella vita di genitori in cui è facile “sbagliare”, ma se si persegue l’obiettivo delle ali e delle radici, allora presto o tardi tornerà il sereno, e i figli potranno camminare lungo la loro strada, sapendo che ci siamo, ma in modo autonomo.

Detto questo, sono consapevole del fatto che, nella vita quotidiana, ci sono molti momenti difficili per i genitori e il rapporto con il figli può complicarsi notevolmente.

Ad esempio l’inizio della scuola, è un periodo di fondamentale importanza sia per il figlio che per il genitore. Ci sono tante aspettative, da entrambe le parti, e si vorrebbe partire alla grande, vedere che che tutto è fattibile, che è nelle proprie capacità.

A volte però le cose non vanno in questo modo, ci sono degli ostacoli, e bisogna capire come superarli.

Se vostro figlio ha ricevuto, ad esempio, una diagnosi di DSA, già comunque alcuni passi importanti sono stati fatti, verso la conoscenza del “problema”.

Ora, tra sapere che il proprio figlio è dislessico, e la vera accettazione della situazione, può ancora passare un po’ di tempo, ma una elaborazione profonda di questo è fondamentale.

E’ importante capire che non c’è nessuna colpa educativa, ne’ da parte degli insegnanti ne’ da parte dei genitori e non c’è nessuna colpa nel bambino che non vuole impegnarsi a imparare; non si tratta di pigrizia.

La dislessia è un disturbo su base neurologica e quindi è una caratteristica tanto quanto il colore degli occhi o dei capelli. Il compito del genitore è una buona “gestione” della situazione.

Ma come si fa a gestire correttamente la situazione?

Intanto, una prima cosa è capire che essere dislessici, non significa che il bambino non ami la lettura. Significa solamente che fa fatica a leggere e che questo gli costa sforzo e frustrazione.

Quindi si potrebbero mantenere spazi, all’interno della giornata, per leggere insieme. Leggere è una attività importante perchè arricchisce il vocabolario, ma sviluppa anche fantasia, creatività e desideri. Inoltre leggendo insieme potrete avere dei momenti di condivisione, di vicinanza fisica ed emotiva, e potete anche conoscervi meglio, reciprocamente. E’ importante leggere argomenti per lui interessanti, stimolanti, avvincenti; se lasciate al bambino la scelta degli argomenti gli dimostrate accoglienza e rispetto, ma stimolate anche la sua capacità di “decidere”. Inoltre, leggendo ciò che lui preferisce, la lettura non risulta un’attività passiva, ma può diventare un momento in cui si dialoga, ci si confronta, ci si appassiona su un avvenimento, un personaggio, un pensiero, ecc. Bisogna sostanzialmente evitare che la lettura diventi un momento frustrante e che la scelta del bambino sia quella del rifiuto.

Oltre a questo, è importante sviluppare il mantenimento della concentrazione. In questo senso sono molto utili, ad esempio i giochi da tavolo, perché richiedono attenzione, il rispetto delle regole, ma anche per la gestione della frustrazione quando si perde. Quindi memory, puzzles, monopoli, domino, gioco delle carte, ecc. sono tutti utili per aumentare i tempi di concetrazione e gestire difficoltà di comportamento.

Sarebbe bellissimo anche fare attività creative quali le tempere, didò, bricolage, disegno, ecc. (nonostante la casa si possa sporcare, lo so). Queste attività sono di solito piacevoli da fare e sviluppano attenzione sostenuta, abilità visuo-spaziali e anche la motricità fine, tanto importante per la scrittura; anche guardare la televisione può essere un momento di condivisione, se si commentano gli eventi, si spiegano le situazioni, se si discute sulle emozioni delle persone…

Il senso di tutto ciò, è quello di aiutare il bambino a diventare una persona capace di capire le cose e gli eventi che ci circondano.

Per ottenere questo importante obiettivo bisogna anche che il figlio mantenga la propria autostima, si senta amato e apprezzato dai genitori, che per lui sono le persone più importanti; stima e amore per figli vanno espresse con i fatti, ma anche con parole, complimenti, rinforzi, incoraggiamenti, spostando l’attenzione da quello che il bambino “non riesce” a fare (lettura, scrittura..) a quello che invece “riesce” a fare (vostro figlio avrà sicuramente molte qualità).

Per quanto riguarda la scuola, l’obiettivo fondamentale da perseguire è che non ci sia un rifiuto e che un po’ alla volta il bambino diventi autonomo nella gestione dei compiti, dello zaino, delle varie attività pomeridiane (es. lo sport).

L’autonomia si raggiunge attraverso vari passaggi.

Una prima cosa utile è la creazione di routines: si sceglie un momento specifico della giornata per fare i compiti e si cerca di mantenerlo fisso il più possibile. Ad esempio se si decide insieme che i compiti si iniziano alle 15.00, i genitori non “stressano” anticipatamente, e i figli sanno già che è ora di iniziare e dovrebbero “contrattare” meno un rifiuto. Per iniziare a instaurare la routine si possono usare “premi” che verranno consegnati alla fine di un certo perido, se sono state rispettate le condizioni.

Il luogo dedicato allo studio dovrebbe essere tranquillo, silenzioso e sul tavolo non ci dovrebbero essere distrazioni: solo libri e penne. Potrebbe esserci anche un orologio per aiutare sempre più la gestione del tempo e l’autoregolazione.

Durante i compiti, alcuni “doppi-compiti” possono essere alleggeriti (ad esempio la comprensione del testo è facilitata se qualcuno legge per lui, tipo il genitore oppure la sintesi vocale).

Anche la quantità di compiti spesso spaventa il bambino, quindi si può suddividere l’obiettivo in sottoobiettivi per rendere più agevole l’esecuzione.

Sono importanti anche i momenti di pausa. Non si possono fare i compiti tutto d’un fiato perchè questo sarebbe troppo stancante e la qualità ne sarebbe compromessa, quindi bisogna prevedere dei momenti di pausa.

Durante il compito gratificatelo per ciò che ha fatto correttamente, ma anche per l’impegno, oppure per il miglioramento rispetto alle volte precedenti.

Gli errori vanno ovviamente corretti, ma soprattutto spiegati, e non devono mai diventare uno spunto per sottolineare l’incapacità.

Infine, è importante aiutare sempre più ad appropriarsi degli strumenti informatici perché possono veramente fare la differenza. I libri in formato digitale permettono una lettura “con le orecchie”, oltre che con gli occhi; la calcolatrice permette di concentrarsi solo sui passaggi dei problemi e non sui calcoli; il computer consente di fare mappe organizzate correttamente e quindi efficaci, ecc. ma tutto questo va insegnato gradualmente trovando un giusto equilibrio tra capacità personali e supporto esterno.

In sostanza, un po’ alla volta, é possibile trovare un modo per vivere serenemente questa difficoltà ed è compito dei genitori trovare il modo più adatto al proprio bambino, che mantenga il benessere, serenità ed autostima.

Avere un figlio con DSA può essere molto difficile, ma questo può anche diventare una bella sfida e se presa nel verso giusto ci porterà a scoprire un modo diverso e intenso di stare con il proprio figlio.

A questo proposito mi viene in mente una frase che ho letto che dice circa così “Fare figli è procreazione, educarli e crescerli è creazione” (Efim Tarlapan)

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